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Ruggero era il nome di quello che è mio padre e per i suoi natali così lontani dai miei, pesava due generazioni in più.

Tra le persone che frequentava alcune erano anche più grandi, quindi dieci lustri sicuri più della mia età.

Spesso i visitatori abituali di quel gran monumento che è il ministero dove lavorava, una sontuosità di stucchi e scartoffie con quel titolo abrasato sul timpano della facciata (Educazione nazionale) erano distinti signori, i capisaldi conclusivi del Galateo che, con vezzo un po’ retrò, prima di consegnare brevi-manu  a mio padre il biglietto da visita, barravano con la penna il titolo di studio, o quello professionale con quel fare ondivago tra umiltà e supponenza (depenno in tua presenza per non farti pesare il titolo ma intanto vedi che ce l’ho), a voler significare “ti favorisco la cortesia di ometterti le mie intitolazioni, siamo pari, confidenti, gomito a gomito”; la conversazione susseguente poi, distraeva entrambi ed io che ragazzina incuriosita non capivo, mi divertivo a ritrovare con mano discreta nelle sue tasche, il biglietto con quel segnaccio d’inchiostro sull’ Avv., Dott., Comm., Uff., Ing., Prof. contingente, e mi stupivo di come potesse convivere in mio padre quella realtà in deroga all’altra che mi vedeva oggetto di esortazioni continue a non far orecchioni e scarabocchiature sulla pagine dei quaderni, tantomeno sulle cose già stampate.

Non avevo ancora maturato titoli e se anche fossi stata ipoteticamente dotata di biglietto di presentazione da porgergli, non avrei potuto depennare nulla, non si era sviluppata la necessaria confidenza per essere pari a pari; era piuttosto raro avvenisse su una distanza di tre generazioni.

Ma in barba al movimento ’68, ammiravo quella sua aria spavaldamente matusa e demodé: se  così lui non fosse stato, di chi sarebbe stato il fianco su cui avrei allenato il mio spirito combattivo e formato la mia autonomia decisionale? Prenderne le distanze lancia in resta, mi ha aiutato a crescere.

Da tanto tempo non vedo più barrare i titoli. Forse, era solo patinata cortesia d’altri tempi.

Mio padre tra tre anni ne avrà 100: era un signore elegante nato nel ‘915.

Dona Amati

IV di gennaio 2012

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‎28 MARZO 2012 ore 20,00. via Barnaba Manassei 21

Nuovo incontro con Dona Amati  di Fusibilia Ass.ne all’ESATTOPPOSTO di TERNI, risto-enoteca di raffinato stile.

Una nuova digressione poetica nell’universo duale femminile-maschile con tratti di comica inclemenza. Grandi autrici/ori del passato e del presente accompagneranno con il movimento dei loro versi una serata all’insegna delle delizie per il palato e del diletto per l’intelletto.

L’evento è inserito nella rassegna dedicata al romanzo noir “Donne scarlatte e uomini neri” dello scrittore Augusto Scano, promossa da Efit Foundation impegnata nelle azioni di solidarietà sociale.

http://www.efitonline.com/news_detail.php?id=58

http://www.donnescarlatteeuominineri.it/

http://www.fusibilia.it/

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Il secondo appuntamento è in programma per sabato 17 marzo, alle ore 16.30 presso il Museo Archeologico di Sezze (Largo Bruno Buozzi, 1).

Il Festival è patrocinato dalla Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco, che ha riconosciuto “l’alto valore dell’iniziativa volta alla tutela della poesia femminile”, dall’Università di Roma “Tor Vergata”, dall’Ass.ne Nazionale “Le MeleGrane”, dall’Archivio Storico Sindacato Nazionale Scrittori e dall’I.S.I.S.S. “Pacifici e De Magistris” di Sezze.

Diverse sono le associazioni che hanno aderito al festival tra cui: Araba Fenice, Il Grillo, Circolo Culturale Setina Civitas, Associazione Minerva – Formazione, Orientamento e Ricerca – , I Turapitto, Le Colonne, Matuta Teatro, Anjuman.

Alla manifestazione, che si è aperta lo scorso 08 marzo, parteciperanno 56 poetesse provenienti da tutta Italia.

Questi i nomi delle poetesse protagoniste della giornata di sabato 17 marzo: Amati Dona, Argentino Lucianna, Baccarini Irena, Buscemi Antonia, Calandrone Maria Grazia, Campiglio Valentina, Capalbi Maddalena, Crippa Ada, De Lisi Valentina, Della Porta Fortuna, Fava Vincenza, Martufi Silvia, Marulli Cinzia, Muti Daniela, Olivi Terry, Osnato Monica, Pacillio Rita, Polidori Marinella, Quintavalla Maria Pia, Riggio Rosa, Riviello Lidia, Therezinha Teixeira de Siqueira.

Il festival si concluderà il prossimo 21 marzo, Giornata Internazionale UNESCO della Poesia.

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Nell’ambito della rassegna noir imperniata sul romanzo “Donne scarlatte e uomini neri” di Augusto Scano, una lettura scenica di e con Dona Amati: “Escarnazioni”, digressioni poetiche e incursioni nella parola tra eros e tanathos”, all’Esattopposto di Terni, via Barnaba Massanei 21 ore 20,00.

Attingendo là dove autori classici e contemporanei hanno maggiormente lasciato la loro impronta suggestiva, proponendo varianti comiche sul tema noir e drammatiche sui temi leggeri, tra luoghi comuni e morbosità inevitabili, una incursione tra le parole in un’accattivante cornice enogastronomica di alto livello.

Sotto l’egida di Efit Fondazione, connubio tra cultura e solidarietà, saranno presenti anche le opere del pittore Stefano Colangeli.

info: 3332053442
www.efitonline.com
www.donaamati.it
www.fusibilia.it

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IN QUESTA NOTTE, IN QUESTO MONDO

A Martha Isabel Moia

In questa notte in questo mondo
Le parole del sogno dell’infanzia della morta
Non è mai questo ciò che uno vuole dire
La lingua natale castra
La lingua è un organo di conoscenza
Del fallimento di ogni poema
Castrato dalla sua stessa lingua
Che è l’organo della ri-creazione
Del ri-conoscimento
Ma non quello della ri-surrezione
Di qualcosa in maniera di negazione
Del mio orizzonte di sofferenza con il suo cane
E niente è promessa
Tra il dicibile
Che equivale a mentire
(tutto quello che si può dire è bugia)
il resto è silenzio
solo che il silenzio non esiste
no
le parole
non fanno l’amore
fanno l’assenza
se dico acqua, berrò?
Se dico pane, mangerò?
In questa notte in questo mondo
Straordinario silenzio quello di questa notte
Quello che succede nell’anima non si vede
Quello che succede nella mente non si vede
Quello che succede nello spirito non si vede
Da dove viene questa cospirazione dell’invisibilità?
Nessuna parola è visibile.

(da ” Testi in ombra e ultimi poemi” [1971-1972]. Traduzione di Samanta Catastini)

*

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il 4 novembre 2005 la poetessa afghana Nadia Anjuman viene massacrata dal marito, complice anche la madre, per aver pubblicato e, peggio ancora, declamato in pubblico poesie tratte dal suo libro “Fiore rosso scuro”, la raccolta dei suoi delicati ghazal in lingua pharsi dall’intenso tratto melanconico, con cui descrive la repressa condizione di donna.

Nadia e suo marito avevano condiviso gli studi di letteratura, lui aveva conseguito la laurea, questo farebbe ipotizzare una elevazione di sensibilità rispetto alle restrizioni culturali della tradizionale talebana, ma l’ha comunque considerata passibile di punizione in quanto rea di averlo disonorato scrivendo e pubblicando poesie. Dare voce al mondo interiore è denudare la propria anima, e in una società che cancella l’immagine femminile affogandola sotto il burka, la poesia è pericolosa perché permette ad una reclusa di oltrepassare qualunque barriera fisica. La poesia procede oltre qualsiasi tessuto, non si limita a bisbigliare la vita da un sottostrato corporeo.

Nadia è stata ammazzata per il disonore arrecato alla famiglia, particella  di una società che proprio perché ingabbia le donne con la velatura del corpo risponde ferocemente e nulla perdona alla svelatura dell’anima. E se è già penalizzante essere donna in certi paesi, rivestirne anche i panni di poeta è violare un codice comportamentale.

Nadia Anjuman, prima del cranio sfondato dalle bastonate aveva 25 anni e una bambina di appena 6 mesi. Suo marito è stato giustificato, quindi assolto.

Il canto più triste di Nadia Anjuman

Divento fumo nello spazio del mio credo
Lentamente mi avvolgo e mi anniento
Finché vengo allevata dalle mani dell’ansia
Nell’abisso del cuore i miei battiti aumentano
E quel battito intende conoscere la terra della fossa del tardi
Mi preparo al momento trascorso
A volte dall’amore arido e dal buon miraggio di una nuvola
Mi trasformo nel più arido deserto salato
Ma l’immaginazione dei miei occhi mi trasforma in acqua
Nel letto della morte per sete, mi trasformo in ruscello
Se arriva a me il capo di uno dei fili della speranza
Divento l’ordito nella sottile trama del cuore
Questo se n’è andato senza commiato, l’immaginazione mi porta via
Sono ancora io che mi riempio di ricordi
Anche la notte un po’ alla volta va per la sua strada e io
Divento il più triste canto d’addio.


Nuovi Argomenti, n. 33, Genn-Marzo 2006, Quinta serie,pp. 382-383. Traduzione a cura di Carmela Sorrenti.

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Nelly Sachs (1891-1970)

Io credo in un universo invisibile
nel quale inscriviamo
ciò che abbiamo inconsapevolmente compiuto.
Sento l’energia della luce che fa scaturire
la musica dalle pietre
e soffro per la freccia della nostalgia
la cui punta ci colpisce subito a morte
e ci spinge al di fuori,
là dove l’insicurezza
inizia a sciacquare via ogni cosa.

Nelly Sachs

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Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

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La terra della scopata
Non è in vendita.

Stretta tra
le tende di mussolina
della stanza dei bambini
ed il rosso damasco
del lupanare,
della bisca clandestina,
del ristorante
dei capimafia
nel cui retro grand’uomini
con gran pance,
gran pistole,
e cazzi piccoli
giocano la vita
d’azzardo
su una carta smazzata
o un tiro
di dadi-

la terra della scopata
non è in vendita.

Puoi rubarla
Se hai il coraggio.

In sogno
puoi salire
alla speciale alcova
sopra l’ombroso El
dove, tra treni ansimanti
che portano occhiuti
esibizionisti
e sbavanti
adolescenti
dalle erezioni
perpetue,
i discepoli della Scopata
vanno a gettar via le vite
ed il seme è pozzanghera
sotto le sedie luminose.

La terra della scopata
non è in vendita
più di quanto
lo sia il mare,
ed ha lo stesso odore.

Relitto oceanico
di bassa marea: sale e marciume
e carne di mare lasciata al sole
troppo a lungo,
dolce melma
tra epoche d’ossa
e polvere.
La terra della scopata
non è in vendita-
il che non vuol dire
che non abbia un prezzo.

Il dazio
è la calma, la quiete
e la vita tranquilla.

La terra della scopata
ha un prezzo.

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